di Giovanni Caselli

“Vi è maggiore differenza genetica fra una chiocciola di una valle spagnola e un’identica chiocciola nella valle accanto, di quanta ve ne sia fra un ottentotto e un membro del gabinetto britannico.”    Steve Jones Professore di genetica del Galton Laboratory dell’University College, Londra

Il senso comune e la scienza sostengono che vi è una sola razza umana sulla terra.  Quando sono nato, nel 1939, una  tale affermazione poteva avere gravi conseguenze.

Sino ad alcuni decenni or sono si classificavano ora quattro ora cinque o più razze del genere umano, eppure nessuno è mai riuscito ad individuare con esattezza la linea di demarcazione fra una razza e l’altra, o a stabilire quali fossero le caratteristiche fisiche che distinguessero con precisione scientifica una razza da un’altra.

Piuttosto che di “razze” si parla oggi di differenze etniche o di etnie, ma anche cambiando la parola rimane il problema di definire con esattezza cosa distingua sostanzialmente un essere umano, o un gruppo di esseri umani, da un altro.

 

Numerosi popoli dell’Asia parlano lingue indo-europee, mentre in Europa i Baschi, gli Ungheresi i Finlandesi gli Estoni i Lapponi parlano lingue prevalentemente asiatiche o comunque non indo-europee; dobbiamo quindi considerare gli Ungheresi, i Baschi, i Finlandesi, gli Estoni e i Lapponi non europei e considerare invece europei i Persiani, gli Indiani, gli Azeri, i Curdi o i Tajiki?

La popolazione dell’Europa appartiene ad una sola etnia che parla una varietà di lingue determinata sia dal caso sia da eventi storici.

Se le razze non esistono, nemmeno le lingue riescono a dividere gli esseri umani in categorie qualitative, allora cos’altro altro può dividerci o classificarci in maniera chiara e scientifica?

Si parla spesso di culture diverse, dando per scontato che la diversità culturale sia scientificamente misurabile e che di conseguenza si possano classificare scientificamente le varie culture. Ma cosa significa cultura in senso scientifico? Siamo certi di saperlo?

Gli antropologi affermano spesso che una cultura si distingue da un’altra in virtù di un numero di caratteristiche che contraddistinguono una particolare società e che includono una visione del mondo, una particolare religione, una lingua, una tecnologia, un costume, un’alimentazione, ecc. L’insieme di un certo numero di caratteri peculiari costituirebbe una cultura, ma nessuno sa stabilire con esattezza quali di questi caratteri siano definibili come peculiari, o quanto questi dovrebbero esserlo affinché una società di persone che li possieda possa distinguersi da un’altra.

In verità è oggi assai difficile, se non impossibile, classificare con inequivocabile chiarezza scientifica una qualsiasi cultura separandola scientificamente da un’altra.

Lo sviluppo delle comunicazioni e i contatti sempre più intensi fra ogni società del pianeta, hanno fatto sì che durante gli ultimi 500 anni la diversità culturale formatasi durante i precedenti 100.000 anni, sia venuta sempre più ad attenuarsi.

Numerose culture sono scomparse, altre sono state assorbite, altre ancora si sono uniformate o amalgamate, al punto che le culture autonome esistenti oggi sulla terra riguardano un numero assolutamente esiguo di individui. In sostanza oggi apparteniamo tutti alla cultura “ecumenica” (come la definisce William McNeill) la cui punta di diamante è palesemente rappresentata dagli Stati Uniti d’America alla cui formazione hanno partecipato e partecipano tutti I popoli del mondo.

Il sentirsi e il dichiararsi parte di una cultura piuttosto che di un’altra è un diritto consolidato e riconosciuto, ma nella migliore delle ipotesi, si tratta di un’idea che deriva da sentimenti irrazionali piuttosto che da fatti scientifici. Si tratta quasi sempre di erronee interpretazioni del significato di cultura, risultanti da indottrinamenti politici, o da altre considerazioni che con la scienza nulla hanno a che vedere.

La sola religione, la sola lingua, il solo colore della pelle, la mutilazione della donna, o tutti questi aspetti assieme, non bastano ad assegnare una persona o un gruppo di persone ad una “cultura”, come sarà chiaro a un abitante di New York, di Parigi, di Londra e oggi persino di Arezzo.

Le scoperte della genetica e della linguistica, avvenute durante la seconda metà del XX secolo, hanno confermato quanto sostenuto da quegli studiosi britannici che sin dal 1935 confutarono i principi razziali che portarono alle stragi efferate del Nazismo e del Fascismo.

Idee malsane concernenti  “differenze etniche” inesistenti, devastano ancora oggi numerose regioni in ogni continente, inclusa l’Europa, dove nazioni fittizie pretendono di affermare una loro indipendenza bombardando degli innocenti.

E’ ormai assodato che il genere umano abbia un’unica, origine. Non solo tutti gli esseri umani e le lingue da loro parlate oggi nel mondo hanno una sola origine, ma tutte le culture derivano da un’unica cultura.

E’ solo di varietà culturale e fisica che si può quindi parlare riferendoci al genere umano. Una varietà che non è classificabile scientificamente o qualitativamente, poiché tutte le lingue sono ugualmente complesse, ogni società è ugualmente complessa, ogni individuo è complesso quanto un altro. Non vi sono lingue evolute e lingue semplici; non vi sono società semplici o primitive contrapposte a società complesse, tutte le società sono, a loro modo, complesse.  Accettando malsane nozioni concernenti la cultura si promuove il conflitto si incoraggiano le guerre.

La grande e preziosa varietà, manifestatasi durante la dispersione dell’umanità da un unico luogo di origine a tutto il globo, in ogni ambiente e clima, potrebbe essere una grande risorsa, qualora non servisse soltanto a dividere, come è in effetti accaduto fino ad oggi.  La vastissima varietà di esperienze accumulata in ogni luogo e in ogni clima abitato dall’uomo è ciò di cui l’umanità deve far tesoro oggi, in un’epoca in cui le comunicazioni fanno sì che tutta l’umanità torni ad essere riunita in un’unica società nell’ecumene.