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INTERNATIONAL KNOWLEDGE UNLIMITED

 

LA GEOGRAFIA

E LA STORIA

DIMOSTRANO

CHE

L'IRLANDA

E'

UN'ISOLA

BRITANNICA

MENTRE IL BUIO

DELLA RAGIONE

LO NEGA

 

 

 

Le isole britanniche con le divisioni regionali

 

 

 

 

 

 

 

San Patrizio, il Britannico che evangelizzò l'Irlanda

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Gallo e San Colombano

 

 

 

 

 

Iniziale di testo celtico cristiano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Colombano combatte il pagamesimo degli Alamanni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scrittura "unciale" in uso in Scozia e Irlanda prima dell'estinzione dei Celti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Beda il primo storico inglese

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bibliografia essenziale:

Giovanni Caselli "An Irish Pilgrim" Macdonald, London 1986. (Ed. Mondadori 1987)

Edmund Curtis, “A History of Ireland”Methuen, Londra, 1936

Mary Ryan D’Arcy, “The Saints ofIreland”, The Mercier Press,Corkand Dublin, 1974

Thomas Cahill, “How the Irish Saved Civilization”, Doubleday, New York-London 1995

Margaret Stokes, “Six Months in the Apennines”, George Bell,London 1892

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L'IRLANDA E IL SUO CONTRIBUTO

ALLA CIVILTA' CATTOLICA

 

Scozzesi d'Irlanda A FIESOLE

Specialmente nell’area fiesolana molti sapranno che il santo patrono di Fiesole, San Donato, festeggiato il 6 luglio, era uno “Scoto”, che nel medioevo significava “Irlandese”.

Gli abitanti dell’Irlanda noti dall’antichità come “Scoti”, invasero nel VI secolo il nord dell’isola maggiore ‘buttando a mare’ i Picti, che dichiaravano di essere Sciti giunti dalla Russia; la regione invasa si chiamò da allora Scozia. Questa confusione di termini fu causa di guerre e conflitti quasi tutti basati sulla presunzione di differenza di identità.

Che fra gli antichi evangelizzatori e vescovi dell’Europa cristiana ci siano stati molti levantini è un fatto che non sorprende; è dal Vicino Oriente che proviene il cristianesimo ed infatti la presenza di un elevato numero di Scoti fra questi evangelizzatori, causa sempre stupore. Quando i santi arrivano nei paesi mediterranei dall’estremo brumoso nord dell’Europa e non dall’Oriente, il fatto sorprende.

Perché nel VI secolo uno Scoto di nome Frediano doveva  venire in Toscana e ricostruire Lucca? Perché nel VII secolo un altro Scoto di nome Colombano doveva scegliere Bobbio per edificare un monastero?  Infine, perché uno Scoto di nome Donato, doveva venire a predicar sermoni a Fiesole ridando vita alla città etrusca? Non è tutto, numerose fonti tradizionali riportano che Sant’Andrea di San Martino a Mensola e Santa Brigida di Lubaco erano “Scoti” d’Irlanda, che giunsero nei nostri paraggi al seguito di San Donato più di mille anni fa.

Rispondere a questi quesiti non è facile, infatti questo lo si nota dai testi esistenti, che si limitano a fornire spiegazioni parziali, lacunose e soprattutto scarsamente convincenti. Il discorso deve iniziare assai prima

Druidi che bruciano il fantoccio

 

I Celti

Nel settembre del 1978 partecipavo ad un convegno di antropologi ed etnografi europei a Holywood presso Belfast, dove volevo comunque recarmi per visitare un antico monastero dove nel VII secolo aveva studiato latino e greco San Colombano.

Oltre a studiosi dell’Europa occidentale erano presenti al convegno accademici dell’Unione Sovietica e di ognuno dei paesi del cosiddetto blocco sovietico. Durante un intervallo che includeva una visita alla vicina Belfast, scomparve dal gruppo il Prof. Podolak, noto etnografo dell’Università di Bratislava. Dopo alcune ore di sconcerto e di inutili ricerche, ricevemmo notizia dalla polizia municipale che il professore era stato fermato “perché si aggirava con fare sospetto” in un grande magazzino di alimentari nel centro della città.  

La cosa si concluse con delle risate poiché l’equivoco era stato causato soprattutto dal fatto che lo slovacco non parlava una parola di inglese. A cena, mediante l’interprete, Podolack spiegò che a spingerlo verso il centro cittadino era stata l’incredulità. Sui giornali cecoslovacchi egli aveva letto che A Belfast era in corso una guerra fra i colonialisti britannici e i democratici irlandesi, e che questi ultimi erano ormai ridotti alla fame e allo stremo dalle bombe e dalle raffiche di mitra inglesi. Egli non si aspettava di trovare invece una città “tranquilla ultra moderna e opulenta dove la gente è libera e ha soldi da spendere”, parole sue tradotte dall’interprete. Analoghe informazioni politicamente tendenziose a proposito dell’Irlanda, venivano diffuse dai vari media pro sovietici persino in Italia.

Gerry Adams, il rappresentante politico delle “camice nere” nord irlandesi, non solo nega di essere “British”, come indiscutibilmente attestano il suo nome, i suoi geni, la sua lingua e la sua cultura, ma nega anche la geografia e cioè che l’Irlanda sia un’isola “British” o britannica. Facendo leva sull’ignoranza delle masse, il nazionalismo distorce fatti oggettivi generando identità fasulle, creando nazioni prive di senso, al solo fine di dar vita a nuovi governi, primi ministri, presidenti ed eserciti. E’ del resto assai difficile fare una guerra quando non esiste un nemico identificabile, occorre quindi creare segni di identificazione laddove essi non esistono.

Il fatto che l’Irlanda è geograficamente, storicamente e culturalmente un’isola britannica e la sua popolazione geneticamente, culturalmente e linguisticamente indistinguibile da quella del resto dell’arcipelago, è un fatto palese e incontestabile sia mediante i fatti sia mediante il senso comune. Parimenti incontestabile è, ad esempio, il fatto che la Sardegna abbia una lingua diversa usi a costumi diversi e sia geneticamente diversa dall’Italia. L’unica differenza che esiste fra gli Irlandesi e gli altri britannici, è il fatto che i primi rimasero fedeli al papato mentre i secondi accettarono la Riforma progressista del XVI secolo. Due lingue celtiche sopravvivono in qualche zona marginale nelle estreme frange occidentali dell’Irlanda, della Scozia, del Galles, e dalla Francia, mentre nell’estremo lembo dell’Inghilterra, in Cornovaglia, il “cornish” si estinse solo nel XVIII secolo.

Le isole britanniche erano, in epoca romana, abitate da tribù eurasiatiche seminomadi per la maggior parte giunte su queste isole soggiogando le popolazioni locali forse grazie alla loro cavalleria ed ai loro carri da guerra, alcuni secoli prima di Cristo. Questi popoli non avevano città, ma solo villaggi stagionali e fortezze d’altura protette da palizzate, bastioni di terra e fossati, occupati soprattutto durante i conflitti.

I Romani chiamavano l’Irlanda Hibernia e Tolomeo, nel 100 d.C. descrive l’isola elencando i nomi tribali dei suoi abitanti, ma l’antica storia dell’isola è tratta dalla tradizione popolare, dalla poesia e dal mito, dato che le fonti scritte latine e greche non forniscono dettagliate descrizioni.

Nel 56 a.C. Cesare sbarca in Inghilterra, ma solo Claudio la acquisisce nell’Impero nel 43 d.C. stabilendo una frontiera presso il confine dell’attuale Scozia, soprattutto con funzioni daziarie, per la riscossione di balzelli e pedaggi. L’imperatore Adriano, che visita la Britannia nel 122 d.C. erige un muro lungo120 km e spesso 10m, da mare a mare, con numerose porte fortificate, fortini e centri abitati per civili e addetti all’amministrazione e alla riscossione di dazi. Antonino Pio, che segue Adriano, sposta il confine più a nord, ma fallisce nel tentativo di stabilire una frontiera permanente oltre il Vallo. Il Vallo di Adriano rimane il confine dell’Impero ad occidente fino al 410 quando Roma ritira i suoi consoli lasciando il potere dell’isola in mano a cavalieri Sarmati che si avvicendano per un breve lasso di tempo come “re” di Britannia.

Pochi furono i soldati romani di origine italiana in servizio sul Vallo. Molti erano invece Britanni, arcieri Siriaci, cavalieri catafratti Armeni, fanti Germani e Galli, e negli ultimi decenni dell’occupazione, lancieri Sarmati di lingua iranica, con maglie d’acciaio. Il mito di Re Artù, indubbiamente di origini iraniche (come provato dall’antropologo francese Georges Dumezil), fu introdotto in Britannia da questi ausiliari Sarmati. Le vicende narrate nella saga arturiana furono adattate per descrivere le guerre fra gli abitanti della Britannia e i Sassoni di oltre Manica iniziate subito dopo il 410. A queste guarnigioni di cultura iranica si deve anche la diffusione del culto di Mitra lungo tutte le frontiere settentrionali dell’Impero nonché gli inizi di una cultura “cavalleresca” in Europa.

Gli storici non sanno spiegare perché i Romani non conquistassero anche l’Irlanda; la conquista e il controllo dell’isola non avrebbero certo posto problemi militari o logistici insormontabili. Una delle spiegazioni possibili è che una dogana traversata continuamente da merci e persone che pagano il dazio è economicamente più produttiva che non il soggiogamento di tribù di pastori e mandriani. Se non giunsero in Irlanda le insegne romane, vi arrivò tutto il resto, incluso il cristianesimo e testi scritti greci e latini.

La cultura celtica, diffusa fra popolazioni geneticamente -e forse anche linguisticamente- diverse, giunse in Europa dalle steppe caspiche verso il 1000 a.C. come constatarono a Hallstatt gli archeologi dell’800. Hallstatt un villaggio dell’Austria dove oggetti scavati durante il XIX secolo, sono serviti come paradigmi per la definizione di questa cultura.

Dalle steppe a nord del Caucaso e del Mar Caspio, la cultura che poi verrà definita “celtica”, si diffuse fino ad occupare praticamente tutta l’Europa continentale e le isole britanniche nel V secolo a.C. Verso oriente la stessa cultura assume altri nomi, me è riconoscibile non solo dalla lingua, dal modo di tessere la lana e di produrre vasellame, ma anche da sementi e animali domestici di razze ben identificate. Questa si diffuse lungo le steppe fino al deserto di Lop Nor, in Cina, come dimostrato da recenti ritrovamenti archeologici. Tutto ciò è irrefutabilmente dimostrato soprattutto da studi genetici e culturali condotti su mummie di 3000 anni fa perfettamente conservate nei deserti cinesi, corredate di indumenti e suppellettili. Vedasi in proposito Elizabeth Wayland Barber, “The mummies of Urumchi”.

La cultura definita come “celtica”, con la quale si confronta Cesare, non costituisce uno stato, ma una serie assai fluida e mutevole di “orde” identificabili solo dai nomi etnici con i quali esse stesse si identificavano. Si trattava di “orde” di allevatori e coltivatori annuali, con nomi etnici diversi, ma con stile di vita identico, in continuo movimento su tutta l’area che va dalla Cina centrale all’Atlantico, come dimostra Walter Pohl in “Le origini etniche dell’Europa”.

 I Greci definivano questi popoli col nome di “Keltoi” in Europa occidentale e di “Sciiti”, in quella orientale. Erodoto elenca i nomi etnici dei popoli delle steppe nominando Massageti, Sauromati, Issedoni, ecc. I Romani definirono come “germani” i popoli che si trovavano ad est del Reno, ma Goti, Geti, Massageti, Sciti o Unni ecc. non erano altro che gli stessi nomadi eurasiatici le cui lingue, di radice comune, andranno sempre più diversificandosi man mano che questi diverranno sedentari.

I Germani erano infatti “fratelli” dei Celti, giunti sulle sponde del Reno a seguito di una migrazione di qualche secolo posteriore. Abbiamo insomma un gran numero di nomi, ma tutti riferibili a popolazioni per molti aspetti simili, che solo col tempo, stabilendo dimore permanenti in determinate regioni, andranno sempre più diversificandosi linguisticamente ed artisticamente, in iranici, germanici, celtici, slavi, tocarii, turanici, finnici ecc.

Sfugge forse al classicista, ma non certo all’orientalista, il fatto che Giulio Cesare, nel “De bello gallico”, illustri la società celtica della Britannia come una società nord iranica o eurasiatica, - definita come “feudale”- e quindi l’embrione della società europea dei secoli successivi al crollo di Roma, quando si verifica il trasferimento verso occidente delle “orde” germano-iraniche e quindi di una sistema economico e sociale del tutto diverso dal sistema socio-economico greco-romano. Su questo tema si consulti William McNeill “The Rise of the West”.

Cesare dice che in tutte le Gallie la società è divisa in tre classi: i “Druidi”, i “cavalieri” e i “servi”, che Cesare definisce “quasi schiavi” non afferrando il tipo sociale del servo. I Druidi attendono alle cerimonie religiose e quindi “da loro accorrono un gran numero di giovani per imparare”.I Druidi insomma costituiscono il potere legislativo, sono i custodi della cultura che nella società delle steppe era orale, della tradizione e della religione. Alcuni testi scritti che Cesare trova fra gli Elvezi sono retaggio di contatti con i coloni greci di Marsiglia, ma i Celti inorridivano all’idea di affidare il sapere ai testi scritti, questo doveva essere tramandato a voce da Druidi a Druidi: “I Druidi non ritengono lecito affidare quella dottrina alla scrittura”.

I Druidi che sovrintendono alla legge, ai riti religiosi, hanno facoltà di “scomunicare” colui che non aderisce alla tradizione: “lo interdicono dai sacrifici”. Cesare riporta che esiste un capo dei Druidi, che quando muore gli succede un altro, per acclamazione, per votazione o mediante disputa armata fra le fazioni. Cesare riporta che niente di tutto ciò esiste fra i Germani, che la disciplina Druidica sia originaria della Britannia e che da qui si sia  diffusa anche in Gallia. I Druidi godono dell’esenzione dal sevizio militare, “stanno lontani dalla guerra” e “non pagano tributi assieme agli altri”. I cavalieri celti mandavano i loro figli presso i Druidi affinché acquisissero “così grandi privilegi”. Lì rimangono anche venti anni, “imparando a memoria un gran numero di versi”.

Cesare riporta che Druidi non scrivono cose inerenti alla dottrina per mantenere il potere che la custodia dello scibile conferisce loro. Inoltre si da il caso che “con l’aiuto delle scrittura si trascuri la volontà di apprendere a memoria”. I Druidi credono inoltre nella reincarnazione dell’anima, che”le anime non muoiono ma dopo la morte passano dall’uno all’altro”. I Druidi “discutono di molte cose” tramandando ai giovani nozioni “sul moto delle stelle sulla grandezza dell’universo e della terra, cose che riguardano la natura e la potenza degli dei”.

Cesare descrive quindi il ruolo dei “cavalieri” (qualche medievalista ha scritto che la cavalleria si sviluppa in Europa dopo la caduta dell’Impero Romano!!) che “prendono tutti parte nella guerra e tanto più vi prendono parte quanto sono più potenti per ricchezza e per stirpe e quanti più schiavi e clienti hanno”. Cesare usa i termini “schiavi e clienti” perché non possedeva nozioni per comprendere il tipo sociale del “servo” e del “vassallo” poiché di questi intendeva. Cesare fa quindi riferimento alla pratica dei sacrifici umani, le cui vittime sono soprattutto i ladri, ma in mancanza di questi anche volontari o innocenti.

I Celti venerano in particolar modo Mercurio che è l’inventore delle arti, protettore dei viaggi ed ha “grandissima influenza sulle vie e sui viaggi”, quindi sulla “ricerca di denaro e per i commerci”. Nel medioevo europeo si venerava San Cristoforo, nel quale erano trasmigrate le facoltà di Mercurio. Cesare riporta quindi che i Celti dicono di discendere dal dio Dite e che “per questa ragione” determinano la durata di ogni tempo non dal numero dei giorni, ma delle notti; calcolando i compleanni e gli inizi dei mesi e degli anni “in modo tale che il giorno segua la notte”.

 Un'altra abitudine che è persistita fino ai nostri giorni nella società britannica e che deriva dalla tradizione cavalleresca, è questa: “non permettono ai loro figli di avvicinarsi a loro in pubblico, se non quando sono cresciuti tanto da poter prestare servizio militare. Considerano sconveniente che il figlio di età impubere stia in pubblico la cospetto del padre”. I riti funebri dei Celti sono identici a quelli riscontrati in Siberia nelle tombe degli Sciti, dove si gettano nel fuoco o nella tomba “tutto ciò che pensano sia stato a cuore al morto da vivo, anche gli animali e , prima dei nostri tempi,  persino i  servi e clienti da loro maggiormente stimati”.

Monastero irlandese druidico o cristiano

 

Gli abitanti dell’Irlanda

Su questa società così lucidamente illustrata da Cesare, si inserisce assai bene, come possiamo facilmente arguire, il cristianesimo mediante il monachesimo. Che il cristianesimo sia giunto in Irlanda dall’Inghilterra in epoca romana è fuori dubbio, ma anche se vi fosse giunto con San Patrizio dopo che i Romani abbandonarono la Britannia, come sostiene la tradizione agiografica, le cose non cambierebbero. I Druidi diventano monaci cristiani e le loro dimore, i monasteri, che in Irlanda non sono che la continuazione degli insediamenti druidici, facevano già parte della struttura sociale e continuano a farne parte mantenendo praticamente lo stesso ruolo.

I cavalieri più potenti diventano re, e l’Irlanda si divide in innumerevoli piccoli regni. I figli dei re e dei loro vassalli andranno ad istruirsi nel monasteri dall’età di 7 anni fino alla maggiore età, mentre i monaci detteranno le leggi morali e civili ai re. I servi continueranno ad essere servi.

Le fonti storiche riportano che San Patrizio, un Britannico che era stato schiavo in Irlanda in gioventù, vi ritorna nel 432 per convertire la popolazione al cristianesimo. Infatti, da allora, gli studiosi cristiani d’Irlanda eccelleranno in materia di teologia e conoscenza di testi classici greci e latini

Mentre in Inghilterra giungono i “barbari”, che sarebbe meglio definire “popoli delle steppe”, coi nomi etnici di Sassoni, Angli e Juti, che assimilano o spingono in Armonica (l’attuale Bretagna) e verso il Galles e la Scozia i Britanni, l’Irlanda rimarrà celtica fino al IX secolo e i suoi abitanti diverranno noti col nome di Scoti.

Durante questo periodo di cristianità celtica si svilupperà una letteratura in lingua irlandese stilata in caratteri derivati dall’Ogham, un alfabeto sviluppatosi in Irlanda e in Scozia dal III secolo d.C.  Dal V secolo in poi compaiono testi in latino scritti in caratteri “unciali” derivanti dai corsivi latini e greci. Durante il VI secolo gli irlandesi invadono parte della Scozia spingendo i Pitti verso oriente e stabilendo comunità monastiche anche sull’isola maggiore. Infine la regione prende il nome di Scotia dal nome etnico degli abitanti dell’Irlanda. Paradossalmente, molti secoli più tardi, gli Scozzesi dovevano tornare in Irlanda in veste di colonizzatori, dopo che la scelta della Riforma aveva dato loro un’identità etnica diversa.

Acquisita col cristianesimo e con i testi classici, la scrittura si diffonde nei monasteri irlandesi anche sull’isola maggiore. I Celti incominceranno così a trasferire sulla pergamena la loro magnifica arte decorativa, dove la figura umana e animale è fortemente stilizzata, producendo i più bei libri dell’antichità cristiana. Il Libro di Kells e quello di Lindisfarne, sono capolavori che ci lasciano di stucco.

Il fiorire della cultura letteraria celtica si interromperà bruscamente con le incursioni dei Vichinghi norvegesi nelle Isole Britanniche, iniziate nel IX secolo e che si protrarranno fino all’XI distruggendone la struttura sociale ed introducendo la città come punto di scambio commerciale con la popolazione dell’interno.

Il concetto di città come centro urbano commerciale amministrativo rimane ignoto in Irlanda fino alla fondazione di Dublino, Cork, Limerick e Waterford da parte dei Vichinghi. Si afferma che la popolazione dell’Irlanda e quella degli invasori Vichinghi si amalgamassero formando una nuova società di lingua celtica, ma non esiste alcuna evidenza della continuità di una letteratura celtica sull’isola dopo le devastazioni e i sovvertimenti demografici e culturali causati dall’invasione prima anglo-sassone e quindi vichinga.

Tuttavia i monasteri continuarono a progredire soprattutto mediante contatti col Mediterraneo, anche se l’era d’oro degli evangelizzatori era ormai tramontata. Dopo la conquista dell’Inghilterra i Normanni invasero anche l’Irlanda dove esisteva una società mercantile e proto urbana.

Nel XII secolo, Enrico II d’Inghilterra, in virtù di una bolla ottenuta dal Papa anglo-normanno Adriano IV, si impadronì di Dublino e dell’area circostante. In questa regione, nota come “The Pale” e a Waterford, fu introdotta la legislatura anglo-normanna e quindi il sistema feudale vigente in Europa. La cultura anglo normanna si diffuse fino a causare il graduale collasso della società “gaelica” su tutta l’isola. La colonizzazione anglo-scozzese dell’Irlanda che seguì la Riforma progressista causò la ribellione oscurantista del 1641 che fu repressa mediante leggi che bandivano i cattolici dalla vita politica. La classe dominante anglo-scozzese fu definita “Ascendenza Protestante”. La natura particolare del cattolicesimo irlandese pose una forte barriera contro la Riforma progressista che invece fu accolta in tutta l’Inghilterra, nel Galles e in gran parte della Scozia.

Nel nord dell’Irlanda la popolazione in massima parte di origini scozzesi, accettò la Riforma progressista e divenne protestante. Fino a metà XIX secolo i diritti civili dei cattolici in tutte le isole britanniche furono negati, con le conseguenze che (mal) conosciamo. L’antagonismo creatosi fra cattolici e protestanti nelle isole britanniche fu continua causa di conflitti settari e in particolar modo in Irlanda ridotta a colonia e sfruttata come tale dai protestanti.

Nel 1801, sotto la minaccia napoleonica, Il Regno Unito emancipò l’Irlanda che passò da colonia a parte integrante del Regno. I cattolici d’Irlanda si dichiararono sempre amici dei nemici dell’Inghilterra progressista, chiunque essi fossero. Nel 1922 quando la ribellione settaria, iniziata qualche anno prima, si acuisce in virtù dell’ispirazione populista del fascismo, il Regno Unito concede all’Irlanda cattolica lo status di repubblica, mentre le cinque contee del nord dell’isola rimangono fedeli alla Corona poiché la popolazione è in massima parte protestante.

Gli “Scoti” evangelizzatori dell’Europa barbarica

A partire dal VI secolo, mentre in Europa si scontrano le orde barbariche ariane o pagane con Romani e Bizantini e si istituiscono regni barbarici, il potere della Chiesa e le istituzioni cristiane corrono un serio pericolo in vaste regioni da secoli solidamente cristianizzate. E’ allora che gli Scoti d’Irlanda e della Britannia settentrionale decidono di dare l’avvio ad un’opera di evangelizzazione che, come afferma Thomas Cahill, “salverà la civiltà”.

Il cattolicesimo irlandese differiva e differisce da quello “romano” per vari motivi soprattutto dovuti al fatto che l’Irlanda si trova geograficamente lontana da Roma ed è un paese celto-germanico, quindi soggetto a tradizioni e flussi culturali diversi da quelli che caratterizzano il Mediterraneo. Le differenze maggiori e quelle che crearono maggiori problemi con la Chiesa di Roma, furono di ordine liturgico e fu soprattutto aspro il dibattito sul metodo per calcolare la data della  Pasqua, oggi la differenza maggiore è un più forte sentimento integralista da parte dell’Irlanda.

Il primo cristiano irlandese di cui abbiamo notizia è Abbenus o Abban, che si reca in Britannia nel 165 per farsi battezzare e fonda un monastero nel “Berroccense” o Berkshire. Non fu quindi Patrizio il primo evangelizzatore dell’Irlanda , infatti Prospero di Aquitania fu inviato da Papa Celestino “presso gli Scoti che credono in Cristo”. Si stabilì nel Berkshire una dinastia di vescovi scoti. Tuttavia, Palladio, il primo vescovo d’Irlanda si trattenne ben poco tempo sull’isola e quindi, nonostante questi remoti inizi il vero “Apostolo d’Irlanda” rimane San Patrizio.

San Frediano

L’agiografia riporta che verso la fine del V secolo, re Caibre di Dalfiatach regnava sull’Ulster dalla provincia oggi nota come County Down, quando Lassara, la regina, diede alla luce un erede che chiamò Find-bar ossia “il biondo”.  Allo stesso tempo, San Colman fondò un monastero e una scuola a Dromore sulle sponde del fiume Lagan, nel regno di Caibre. Quando Find-bar raggiunge i 7 anni di età il re a la regina lo inviano, com’era nella tradizione celtica, in residenza presso scuola di Colman. In seguito Find-bar studia a Nendrum, un’isola oggi nota come Mahee, sul lago di Strangford, dove San Mochae aveva istituito un monastero nel 497. L’abate Caelan, allievo di San Patrizo, diviene il tutore di Find-bar -il cui nome era ora divenuto Finnian. Questo monastero, costituito da capanne di pietre e terra, riceveva frequenti visite dalla sponda del Wigtonshire, in Inghilterra, dove si trovava un altro monastero più grande e ricco chiamato Whitherne, ovvero “Candida Casa”. Questo era stato edificato alla maniera dei monasteri della Francia e dell’italia, cioè con pietre scalpellate e calce, poiché l’abate fondatore, San Ninian, era stato in pellegrinaggio a Roma ed aveva visitato le case religiose d’Italia e di Francia. Finnian espresse la volontà di recarsi presso la Candida Casa per continuare i suoi studi e fu così che questa scuola divenne la terza frequentata da Finnian. A quel tempo San Gerolamo aveva appena completato la sua traduzione delle Sacre Scritture e ciò indusse Finnian a volersi recare a Roma ed impadronirsi di una copia del prezioso libro. A Roma, Papa Pelagio I indusse Finnian a rimanere in San Giovanni in Laterano per educarsi nelle discipline ecclesiastiche. Finnian rimase a Roma tre mesi e quindi tornò in Irlanda dove portò una nuova bibbia –forse quella di San Gerolamo- e altri testi che San Columba di Iona copiò e diffuse in Irlanda. Una volta tornato in Irlanda, Finnian si stabilì a Moville sul Lago Strangford in County Down. Qui il futuro santo acquisisce la fama di persona privilegiata dal Signore poiché capace di prodigi ritenuti miracolosi. A Candida Casa Finnian diventa diacono ed assume il nome latino di Frigidianus o Fridian. 

Tornando in pellegrinaggio in Italia Fridian si ferma a visitare i romitori del Monte Pisano ed incontrati gli asceti che da qualche secolo avevano occupato alcune caverne, decide di rimanervi per il resto della sua vita. Tuttavia la volontà del Signore non era in accordo con i suoi piani e nel 560 Papa Giovanni III lo nominò vescovo di Lucca. Durante i 28 anni che seguirono Fridian fondò o restaurò altrettante chiese fra le quali la cattedrale di Lucca con annesso monastero, che furono a lui dedicati. Lucca divenne una tappa obbligatoria per tutti gli irlandesi che percorrendo quella che oggi è nota come Via Francigena, si recavano a Roma. I clerici della parrocchia di San Frediano mantennero per secoli la tradizione della vita in comune differenziandosi da tutti gli altri religiosi di Lucca.

L’agiografia narra che San Frediano fece risorgere Lucca dalle sue rovine deviando il fiume Auser e ricostruendo la città. Che la città medievale sia risorta dalle rovine di quella romana grazie a un vescovo straniero è luogo comune; ciò è effettivamente accaduto per la maggior parte delle città d’Italia come provano la storia e l’archeologia. Il fatto che San Patrizio e Santa Brigida d’Irlanda si trovino registrati come Canonici Regolari di San Giovanni in Laterano, appare tuttavia inspiegabile a vari storici. Eppure è stato riscontrato che il culto della Canonica Brigida, Vergine d’Irlanda, era particolarmente sentito nell’Ordine Lateranense. Vedremo più avanti chi fosse questa santa pellegrina irlandese.

San Colombano, da non confondersi con San Columba di Iona, visse dal 543 al 615 e fu forse il più grande evangelizzatore irlandese d’Europa dopo San Frediano. Forgiatore del monachesimo irlandese assieme a Patrizio, Brigida, Kieran, Colomba, Molaise e Adamnan, è oto in Italia soprattutto per aver fondato il monastero di Bobbio. Anche Colombano, figlio di un re del West Leinster, era un principe come tutti coloro che in epoca pagana o cristiana venivano educati per un decennio in una comunità monastica. Il giovane nobile fu educato nella scuola monastica di Cleenish, un’isola del Lago Erne, assai vicina ad Enniskillen. San Sinell, il fondatore di questa scuola era un grande conoscitore dei classici e delle Scritture.  Jonas, il biografo di Colombano riporta che il giovane fu istruito “in ogni branca delle scienze: grammatica, retorica, geometria, poesia e Sacre Scritture”. Si dice anche che egli conoscesse non solo il latino, ma anche il greco e l’ebraico. Da questa scuola Colombano passò al monastero di San Comgall dove fu ordinato sacerdote. Nel 552, dopo aver trascorso un periodo da eremita su un isolotto del Lago Erne, Colombano fondò un grande monastero a Bangor dove vennero ad abitare fino a 3000 monaci.

Dopo aver trascorso un lungo e fruttuoso periodo a Bangor, all’età di trent’anni, Colombano fu chiamato dal Signore a recarsi sul continente per evangelizzare i barbari pagani ed ariani; fu così che partì con 12 fratelli che dovevano diventare noti padri della Chiesa e del monachesimo in diversi paesi europei. Alcuni dei loro nomi ci sono familiari: Sant Attalo, San Colombano il Giovane, San Cummiano, San Comiziale, Sant Eguano, Sant Eunoco, San Gallo, San Galgano, San Librano, San Potentino, San Sigisberto e San Waldoleno.

Dopo varie e lunge vicissitudini accadute in Francia durante la sua opera di evangelizzazione dei Franchi , dei Sassoni e di altri popoli germanici, e dopo aver fondato il monastero di Luxeuil, Colombano valica la Alpiper fondare Bobbio, nell’Appennino fra Piacenza e Genova. Il monastero divenne assai presto il più grande centro di cultura d’Italia al tempo dell’eresia ariana, quando fu la roccaforte dell’ortodossia. Colombano morì a Bobbio nel 615, lasciando si dietro una biblioteca di notevole entità, oggi dispersa nei vari paesi europei.

Se esistono in Italia settentrionale più di 30 parrocchie intitolate a San Colombano, nessun altro evangelizzatore irlandese supera San Cataldo in notorietà e venerazione in Italia nonostante ben poco si sappia di lui. La cattedrale di Taranto è dedicata a San Cataldo e lo sono anche numerosi monasteri, chiese, cripte, noviziati, palazzi, ospedali, torri, masserie, corporazioni, feste, cimiteri porti e fari non solo in Italia e Sicilia, ma anche a Malta e in Francia. Tuttavia di Cataldo sappiamo solo che la sua nave naufragò nelle acque di Taranto mentre egli tornava da un viaggio in Terra Santa verso la metà del VII secolo, all’epoca in cui i cristiani Levantini migravano a frotte verso l’Italia per sfuggire alla angherie dell’Islam.

Casa irlandese del VII secolo d.C.

 

Irlandesi a Fiesole

Molti furono i religiosi irlandesi che seguirono le orme di San Colombano visitando Roma e la TerraSanta e non pochi di essi operarono e morirono a Bobbio.

Nel IX secolo accade tuttavia un fatto eclatante. Un monaco irlandese di nome Donagh passò da Fiesole mentre tornava da Roma e vi rimase ben 47 anni – dall’829 all’876- come vescovo assieme al suo arcidiacono Andrea. Sei anni prima i conti longobardi di Fiesole avevano ucciso per annegamento il suo predecessore e la città non era che un mucchio di rovine con capanne di legno e paglia abitate da rudi guerrieri. Re Lotario essendo stato scolaro dell’irlandese Clemente, dimostrò simpatia per Donato che era uomo di lettere assai colto. Lotario aveva affidato la scuola di Pavia all’irlandese Dungal e si ritiene che abbia affidato la scuola di Toscana a Donato. La ricostruzione di Fiesole deve essere iniziata all’epoca di Donato la cui opera non si limitò certo all’evangelizzazione e dell’educazione di re e duchi longobardi. Donato ha lasciato molti scritti e in particolare un autografo custodito dai Domenicani di Roma. Il vescovo irlandese era assai devoto a Santa Brigida, la Vergine di Kildare e fece edificare per lei una chiesa a Piacenza, oggi monumento nazionale. Donato donò la chiesa di Santa Brigida a Bobbio nell’850 con un atto notarile dove sottolinea la sua devozione alla santa e al monastero di Bobbio. Il reliquiario di San Donato si ammira oggi nella Cattedrale di San Romolo a Fiesole. Tuttavia la presenza di Donato a Fiesole si è lasciata dietro sia documenti sia leggende. Fra storia e leggenda si colloca la presenza di una Santa Brigida a Lubaco.

Numerosi monaci irlandesi si fermavano a Fiesole durante il loro pellegrinaggio a Roma e in Terra Santa ed è del tutto probabile che una omonima della più famosa Brigida di Kildare (morta nel 525) sia effettivamente giunta nell’area fiesolana a seguito di Donato e Andrea nel IX secolo. La chiesa, il paese e la devozione di Santa Brigida ne sarebbero testimonianza.

Margaret Stokes, una nota medievista irlandese, scrisse nel 1892 un notevole saggio intitolato “Six months in the Apennines, or A Pilgrimage in Search of Vestiges of the Irish Saints in Italy” (Gorge Bell and Sons, London – New York 1892) Se questo saggio è oggi sorpassato e poco considerato esso contiene tuttavia materiale originale raccolto sul posto dalla tradizione anche orale che non è oggi più disponibile.

La Stokes si rifà alla bibliografia agiografica nota, ma attinge anche a fonti irlandesi non accessibili, quindi vale la pena riesaminare le sue opinioni soprattutto sulla reale presenza nel territorio di Fiesole di personaggi quali Sant’Andrea e Santa Brigida, ritenuti dagli studiosi moderni puramente mitologici.

La Stokes riporta che al tempo in cui Donato era insegnante in Irlanda erano suoi contemporanei una “nobile vergine” di nome Brigida e suo fratello Andrea, essi si distinguevano per bontà e per fedeltà alla religione cattolica. Avendo Donato udito delle qualità del Giovane Andrea lo volle suo studente .

Quando Donato decise di recarsi in Italia per visitare i luoghi santi di quel paese, Andrea volle seguirlo e i due partirono lasciando Brigida in lacrime.

Giunti presso Fiesole, i due irlandesi desiderarono visitare i “numerosi santuari dedicati ai martiri di quella città, nonché le molte stazioni della Santa Croce. A quel tempo i fiesolani non avevano un vescovo essendo la città devastata dagli attacchi dei Normanni ed inoltre i nobili di quella città erano in discordia con i cittadini”, come riporta Blasio Monacho in un manoscritto conservato nella Biblioteca Laurenziana (Pluto, Codex IX, Co. 47b). Lo stesso cronista narra che mentre i fiesolani si disperavano per la mancanza di un vescovo e i due irlandesi si stavano avvicinando alla Badia Fiesolana dove era raccolta la folla, le campane si misero miracolosamente a suonare e le lampade si accesero causando scompiglio fra la popolazione. Il cronista riporta che ad un tratto una voce dal cielo esclamò “Accogliete lo straniero che si sta avvicinando, Donato di Scozia, prendetelo come vostro pastore”. La folla rimase in silenzio mentre i due si avvicinavano e ad un pover’uomo che gli chiese chi fossero, Donato rispose: “Siamo ambedue uomini di Scozia, lui è Andrea e io Donato, stiamo recandoci a Roma in pellegrinaggio”. La folla allora gridò: “Eia Donatus, Pater Deodatus”

Donato fu preso dall’emozione e replicò che non era degno del ruolo che gli si assegnava per acclamazione: “Non sono che un barbaro e ignoro i vostri costumi, lasciate che continui il viaggio che ho intrapreso”. Invano l’irlandese cercò di evitare che gli venisse assegnato un ruolo così gravoso e fu infine posto sulla cattedra di Fiesole.

La Badia Fiesolana, fondata da San Romolo, inviato a Fiesole da Pietro nel 60, come cattedrale, divenne da allora, nell’824, una abbazia benedettina.  Andrea che aveva seguito il suo maestro rimase al suo fianco fino alla sua morte in veste di suo arcidiacono. Questo rapporto fra Donato ed Andrea è attestato in numerosi documenti ed è da considerarsi un fatto accertato alla stregua di ogni altro fatto storico.

La storia della fondazione del monastero a San Martino a Mensola da parte di Andrea narra che i due irlandesi, trovando la “basilica” di San Martino in rovine essendo stata distrutta da Totila, Andrea la ricostruì più grande e con i suoi monaci vi condusse una vita di austerità, di preghiera, di lavoro e di purezza.

La presenza di Brigida, sorella di Andrea nel territorio di Fiesole è invece leggendaria.

Un anno dopo la morte di Donato, nell’857, Andrea si ammalò di febbri e radunò attorno a se i suoi confratelli esortando al lavoro e alla preghiera come esigeva la regola.

L’agiografia narra che mentre Brigida stava consumando un pasto frugale di erbe e pesce nella sua casa in Irlanda pensava al fratello che se ne era andato ben 40 anni prima.  Andrea intanto pensava a lei e desiderava rivederla prima della morte. Il Signore intervenne ed inviò un angelo presso la vergine irlandese il quale la prese in braccio e la trasportò presso il letto di morte del fratello. Alla comparsa della donna, i frati che stavano attorno al letto di Andrea rimasero sbigottiti.

Andrea alzò gli occhi e riconobbe nella donna anziana che stava in piedi in fondo al letto l’amata sorella. I due si abbracciarono e Andrea rese l’anima a Dio.

Alla morte del fratello Brigida lasciò subito San Martino a Mensola per ritirasi in ascesi “presso la sorgente del fiume Sieci, dove fondò una chiesa dedicata a San Martino di Tours”.

Successivamente Brigida si spinse verso l’Appennino e in una densa foresta trovò un luogo “dove rimase in solitudine, penitenza e preghiera”.  Brigida trovò una grotta in un luogo solitario detto Opacum, infestato di bestie feroci, dove trascorse il resto dei suoi anni nutrendosi di frutti selvatici e radici. Raggiunta una venerabile età Brigida accettava visite da parte dei contadini e dei cacciatori che le offrivano da mangiare, ma essa sempre rifiutò. Cavalieri e dame si recavano in visita alla santa eremita e ogni tanto qualche monaco veniva a confessarla.  Brigida morì nella sua grotta il primo di febbraio dell’870. La gente del luogo edificò subito una chiesa sopra la grotta e la intitolò alla santa. Da allora la zona fu coltivata ed edificata e molti vennero a popolarla.

Nel pendio della montagna dove si trova il santuario della Madonna del Sasso si trovano diverse grotte con chiara evidenza di frequentazione umana da vari secoli. Fra i ripari rocciosi naturali si trovano manufatti e pietre scalpellate che farebbero presumere un insediamento eremitico fino dall’alto medioevo. Ritengo perciò che dietro la leggenda si Santa Brigida, del resto come dietro ogni leggenda, ci sia un fondo di verità e che valga la pena effettuare in zona una indagine archeologica a vasto raggio.

Santa Brigida, Fiesole

 

Il Monachesimo irlandese

Basta leggere Cesare per intuire che il “monachesimo” druidico si trasmutò in monachesimo cristiano senza traumi. La cristianizzazione dell’Irlanda non portò con sé alcuna rivoluzione. I druidi divennero monaci e continuarono a svolgere il loro ruolo nella società cristiana.

La natura idiosincratica del monachesimo irlandese forgiò quindi una particolare forma di cristianesimo. Mentre in Europa la comunità religiosa primitiva si riuniva attorno a un vescovo in una città, in Irlanda questo modello non poteva sussistere poiché la società era divisa in clan e non esistevano città o conglomerati che possano ritenersi urbani, quindi l’unico conglomerato sociale era il monastero e questo divenne il perno della vita cristiana. L’abate in Irlanda svolgeva le funzioni che il vescovo svolgeva altrove, il vescovo irlandese non era altro che un monaco agli ordini di un abate. Era l’abate ad ordinare sia i preti sia i vescovi.

Il monastero irlandese era assai diverso dagli altri, consisteva spesso in una serie di “trulli” o capanne a cupola, di pietre a secco o di terra, raccolte attorno ad una chiesa con tetto a spioventi, il tutto circondato da un muro di cinta circolare o da un fossato e bastione di terra o da una palizzata. Identica struttura a quella di un “monastero” druidico o villaggio celtico.

La società celtica aveva col cristianesimo accolto la scrittura e i monaci irlandesi divennero i custodi della tradizione classica in Europa occidentale, mentre sul continente le orde germano-iraniche trasferivano da est ad ovest, la cultura che diverrà nota nei secoli a venire come “feudale”. Saranno i Vichinghi e i loro discendenti, i Normanni a porre fine alla cultura e alla società celtica fra decimo e undicesimo secolo, imponendo anche in Irlanda il modello sociale continentale.

Giovanni Caselli

Bibbiena Dicembre 2006